Critica
Marcela Bracalenti tra materia e forma.
Marzo 2010
In questa occasione, Marcela Bracalenti presenta lavori creati dal 2007 ad oggi.
Nel trittico Persistencia che, a mio avviso, rappresenta uno dei nuclei più omogenei della sua opera, l’artista sembra rivolgere la propria ricerca verso i simmetrici concetti di interno ed esterno. L’esterno, aprendosi, quasi esplodendo, rivela tutta la complessità sottostante. A differenza di quanto accadeva in Arnaldo Pomodoro, non è la perfezione della sfera di bronzo levigato e lucidato che, spaccandosi, rivela l’interno fortemente movimentato da misteriosi ingranaggi. Nella prima tavola del trittico, la semisfera di Marcela emerge faticosamente, rompendo e stracciando la superficie del quadro, da una profondità che appartiene solo all’immaginario; un arduo movimento dal basso verso l’alto. Il verticale supporto dai toni bruno–rossastri è attraversato da un irregolare, sottile, ma pronunciato solco, una crepa tellurica che lo percorre da cima a fondo; la forma è già, nella sua consistenza materica, vibrante di vitalità interna, tormentata, mossa da sussulti, trapassata da una circolare fenditura luminosa che sembra provenire da insondabili profondità. Il trittico di Marcela Bracalenti non assume significati simbolici; svolge invece una narrazione, si sviluppa intorno a un nucleo narrativo. Infatti, nella seconda tavola del trittico, il corpo sferico si infrange, lascia trasparire il suo interno; anche il solco si allarga e si sfrangia, diviene ferita, per poi, nella terza tavola, sottoporsi a una sorta di deflagrazione che svela il pulsante turbinio fino ad allora solo intuito. Marcela sembra intuire, con perizia, sensibilità ed estro creativo le complesse traversie di una germinazione.
Il tema dello spazio, del rapporto tra profondità della coscienza e proiezione verso l’infinito si arricchisce della categoria del tempo. Il supporto ligneo avvolto dai toni rosso – bruni ottenuti con colori mai puri, ma sempre assai elaborati, sembra generare propaggini volumetriche in altorilievo che, sospinte dal tumultuare di moti interni, prima forzano la superficie, poi a loro volta si squarciano rivelando un complesso sistema di materia in ebollizione, quasi magma interiore, che genera altre analoghe forme: la materia si trasforma all’interno di un flusso perenne. Complessità di pulsioni che genera complessità di rapporti spaziali e di articolazioni formali. E’ un andare oltre lo spazio del quadro senza rinnegarlo, proseguire con intelligenza sulla strada indicata da Fontana, non tanto per trovare una nuova spazialità, ma per scoprire con acume analitico quanto complesso sia il fermento del mondo interiore, quanto palpitanti siano le pulsioni che animano la materia.
Anche nelle altre opere verticali, gli squarci così sfrangiati, frementi, in guisa di ferite ancora fresche e, forse, non in grado di rimarginarsi, insieme a forme plasticamente articolate, svelano un affastellarsi di grumi di materia; non tanto di materia pittorica, fatta della solida consistenza dei pigmenti, ma da materia vera e propria, sia essa stoffa accartocciata o foglie di karkadè o frammenti di tubo arrugginito o schegge di specchio o metalliche spirali di quaderni o fogli di rame modellati da mani infantili. Oggetti della quotidianità. Fare riferimento all’azione corrosiva della ruggine è un altro intelligente modo per introdurre la dimensione tempo: recuperare un pezzo corroso dalla ruggine e farlo divenire parte dell’intervento pittorico significa fermare il tempo, dare valore alla memoria.
Le stratificazioni culturali che, ovviamente, fanno parte del mondo creativo di Marcela emergono, scaturiscono in superficie, forse anche inconsapevolmente. Così è per i frammenti di specchio; lo specchio che si riduce in pezzi è metafora del frammentarsi dell’esistenza. L’io che vede drammaticamente frantumarsi il suo doppio è un tema assai caro alla cultura novecentesca; in Marcela, i frammenti si ricompongono, seppur in modo disordinato, sul supporto e divengono parti della materia pittorica, momenti del continuo, tormentato fluire dell’esistenza.
La materia trova in sé la forza e le ragioni del suo continuo rigenerarsi, sebbene in forme ogni volta diverse.
Una pittura, quella di Marcela, che fonde l’elaborata ricchezza delle stesure cromatiche con articolate masse scultoree: l’uso di componenti di evidente consistenza plastica, di elementi oggettuali reali, fa dei lavori di Marcela dei veri e propri bassorilievi dipinti, talora di una levità aerea, altre volte di possente forza aggettante. E’ come se la complessa materia pittorica rispondesse a una latente tensione interiore, a un’intima esigenza di staccarsi dalla base per farsi tridimensionale, ma nello stesso tempo sentisse la necessità di mantenersi attaccata al supporto che la origina; una sorta di metafora del rapporto tra spinta liberatoria e legame alle origini, tra innovazione e tradizione, tra trasgressione e regola.
L’oggetto ritrovato e trasformato, elaborato, diviene, sulla scorta della lezione new dada, elemento di fisicità; sono oggetti o materiali trovati, usati, consunti, gettati via; trasferiti sul supporto pittorico e rielaborati divengono un prolungamento dei propri impulsi, dei propri sensi, entrano a far parte di un racconto, di una vita, di un vissuto. Il répechage di frammenti di realtà, poi elaborati con elevata e raffinata sensibilità plastica e assemblati con stimolanti associazioni mentali ed emotive, è teso a dimostrare, tra l’altro, la vitalità, la carica semantica, la quantità di umanità accumulata nello scarto, nel rifiuto, nel residuo della società opulenta.
La materia pittorica di Marcela è indice di un sottile, complesso, raffinato equilibrio tra fantasia e percezione, realtà e memoria, struttura formale ed evocazione lirica.
Una pittura difficile, profonda, risolta con maestria e forte carica emozionale grazie alla ricchezza dei riferimenti culturali, alla perizia tecnica e alla indubbia serietà intellettuale.
Le tonalità basse e profonde delle sue più recenti opere sembrano velate dal sommesso, ma talora anche drammatico, trascorrere del tempo. Pare che Marcela passi da una dimensione lirica del paesaggio naturale ed umano, alla costante ricerca di un’introversa comunicazione con la sostanza segreta delle cose che si attua mediante una sensibilità eccitata della superficie materica. Ecco che anche lo spazio si rivela in tutta la sua fisicità, uno spazio che non è vuoto, ma che esibisce tutta la sua contrastata, vibrante fisicità. Uno spazio che è anche successione, cioè tempo; una sorta di congelamento del tempo, di una tormentata spazializzazione del tempo.
Nel suo attuale momento creativo c’è, inoltre, un sostanziale rovesciamento dimensionale: mentre fino ad oggi i formati si sviluppavano in orizzontale e, grazie alla visione frontale, lo spazio si dilatava verso infiniti orizzonti, nelle ultime opere subentra lo sviluppo verticale che evoca una visione dall’alto; gli orizzonti si trasformano in aeree vedute di spazi trafitti da smarginati solchi o animati da vibranti fremiti di materia. E anche la gamma cromatica si trasforma: i toni celesti cinerini scompaiono per far posto prevalentemente alle tonalità brune o bruno rossastre, peraltro già usate, sebbene non in modo esclusivo, nelle opere precedenti.
Uno svolgimento che attesta, a mio parere, un sempre più esplorato congiungimento tra mondo interno ed esterno, tra paesaggi e architetture reali e paesaggi e architetture interiori, attraverso una partecipazione alla continuità umana del tempo, un sentirsi organicamente legata al misterioso divenire della natura.
Ilario Luperini
Presentazione di Chiara Tarquini all’inaugurazione della mostra Tango e Silenzio
Circolo Culturale Itaca – Marzo delle Donne, Comune di Pisa
6-31 Marzo 2005
I quadri di tango di Marcela Bracalenti ci colpiscono.
Davanti a queste coppie che danzano ci coglie di sorpresa un riconoscimento ad occhi chiusi.
Il tango esprime il codice del desiderio e porta con sé la grande potenza significante di tutti codici. Potente, perché mai esplicita, mai dichiarata, come mai lo sono i personaggi che ballano che non si mostrano , mai si fanno riconoscere.
Non vi è bisogno di mostrare i volti, il desiderio si muove al buio, occhi chiusi labbra serrate per i ritratti che Marcela ruba a queste coppie seriamente implicate nel loro dire.
Il corpo parla nell’incontro, nel grande piacere di rispettare quel regolamento.
Queste figure di ballerini debbono in massima parte la loro forza proprio al fatto che ogni inquadratura è sì un passo di tango, ma Marcela esprime per noi l'enunciato di un comma del codice del desiderio. Andare, venire, seguire e poi portare, distanti e poi vicini, chi accoglie e chi è accolto, un codice dettato lì per lì dalle parti, il linguaggio corposo e materico di due che hanno massa, densità, peso, e trovano nella differenza il loro unico modo di scambio: nel ballo come nella vita, un passo insieme, all’unisono, solo se siamo diversi, una forte presa solo se rimango appena distante.
Puoi leggere, questo ti colpirà, le frasi di questo arcaico linguaggio nelle frasi di Marcela che solo chi frequenta un ballo come il tango, esercita senza timore e seriamente, e che per noi acquistano i toni di un fraseggio erotico.
I formati delle opere, l’impasto dell’olio, una tecnica classicamente tradizionale, la cornice opaca e quasi assorbente, sono legenda a quell’intimità che l’artista ricerca come assioma imprescindibile per il suo discorso, la dialettica dei corpi, senza isteria o narcisismo, perché in perfetto dominio dei codici.
Questo muto scambio tra un uomo e una donna, in frasi scandite in uno spazio indefinito dove a malapena si indovina l’intavolato di un consunta sala da ballo, quasi ammorbidito dalle suole delle scarpe e quasi trascinato via nel passo, non ha bisogno del paesaggio.
Non c’è prassi alcuna per lo spazio circostante, le figure qui hanno bisogno di solitudine, di vuoto, un respiro tutto intorno, tanto ricolma la loro presenza .
Quello che interessa si consuma tutto in quelle gambe, in quella presa delle mani, delle braccia, in quei gesti larghi, in quell’accordo nel ritrarsi in due, in quella duplice apparente immobilità tradita solo dalla piccola frangia svettante di lei.
Così per Marcela Bracalenti lo scenario della relazione, che diventa davvero vita fuori dalla sala da ballo, sono i suoi paesaggi: luoghi geografici densi, scorporati dai personaggi ai quali fortemente appartengono per estetica e per questo fortemente evocativi, mossi, limacciosi, che sembra di avere davanti gli occhi un paesaggio straniero in movimento, che si fonde in nuove forme mentre sta prendendo forma. Una città che si sveglia, un fiume che straripa, la rappresentazione della natura all’indomani di un cataclisma, e quale altro cataclisma conosciamo se non quello della perfetta fusione dei corpi?
I luoghi fisici dove le figure del ballo diventano ospiti, personaggi sconosciuti, assenti ma artefici allo stesso tempo di quel paesaggio dove la materia è la stessa che tesse le loro relazioni, e parla di loro, della loro esistenza.
Sono complessi i paesaggi di Marcela, esplicativi di tutto quello che le bocche hanno taciuto, esplicitazioni di tutta quella oscura vicinanza, di quel viscoso dialogo, di quella irrinunciabile ricerca di rapporto, di quell’esercizio costante, come le prove di tango, della propria identità che non ha merito o significato senza l’altro.
Chiara Tarquini
Da ARCHITETTURE PISANE (Ed. ETS) numero speciale dedicato alla mostra
"Gli Architetti Pisani e le Arti"
In tutta la mia carriera di “testimone” all’Ordine degli Architetti, l’incontro con la pittura di Marcela Bracalenti è uno di quelli di cui sono più orgogliosa, perché casualmente, ma con quelle misteriose assonanze di sentimento, mi è capitato di “stanare”, dal suo riguadagnato isolamento domestico, un’affascinante artista/architetto che dalla progettazione alla grande scala di uno studio d’ingegneria è tornata al focolare, ritagliando nel soggiorno il suo spazio di lavoro tra pignatte, pennelli, tele e obblighi di predisporre un pranzo, una cura per la famiglia.
Non che a Marcela Bracalenti manchino i riconoscimenti e le sue personali, è un’artista argentina connaturata nel nostro paese dai tempi dell’Università, con una grande vocazione cosmopolita. Riesce a fermare sulle tele, con emozione, i suoi tanghi con i quali evoca la sua stessa presenza di artista e di donna, e attraverso i quali riesce a stabilire una relazione osmotica tra l’io creativo ed il resto del mondo: il tango diventa il medium privilegiato per attuare uno scambio costante tra interiore ed esteriore, tra fisico e psichico, e mantenere vive le relazioni tra culture, storie e pensieri diversi (America Latina /Europa), potenziando la distanza e l’amore per l’Argentina, ricostruendo la sua identità per mezzo della pittura. L’incontro artistico con Renee Bethencourt, amica di Buenos Aires, testimonia il continuo dialogo e il rapporto di intercambiabilità: porzioni di paesaggi che si traducono in superfici scultoree finalizzate ad un collier o ad una broche pendente, tutto concepito in un rapporto di armonici parametri, in una corale elegia della materia pensata, trasparente, dilatata, ancestrale, spessa, segno, texture, una materia mai idealizzata e purificata.
La pittura di Marcela è una pittura d’oggetto; c’è il momento del pensiero e il momento della materia, articolato in un variato inventario iconologico, dove frammenti dispersi di neglette storie quotidiane ed organiche vengono riscattati e raggruppati su uno spazio che addensa riflessioni, memorie e progetti di un ideale cantiere, dove si realizzano veri e propri progetti formali e sui suoi principi estetici sembra prevalere la geologia, la materia inorganica.
Oltre ai colori ad olio, vengono usati impasti di sabbia o trucioli stesi sul colore di fondo qua e là, oppure su tutta l’estensione del quadro; si lavora sullo strato, si raschia e si rimuove, tracciano graffiti, si modellano sporgenze o incavi ed insieme all’impiego tradizionale del colore, si raggiunge una straordinaria molteplicità di nuove possibilità di espressione pittorica. Forma che comprende spazio, linea, colore e l’approdo ad un linguaggio personale, privato, in cui le più profonde necessità dello spirito e dell’intelletto ricercano il mezzo espressivo più immediato, in materie nuove o nuovamente intese: ferite sulla tela, residui plastici,ecc., carichi di una forza magnetica.
La superficie rugosa dei quadri può dar luogo ad una lettura a voce alta, ad un intreccio di parole che si interseca alle linee orizzontali di partitura dello spazio, suggerendo metafore, l’orizzonte o l’azimut di un paese lontano, ma tutto questo è accessorio di fronte al “contenuto” del quadro: il silenzio ed il contenuto di un quadro non è cosa che si possa filtrare o catturare, c’è il silenzio prima della nascita e quello dopo la morte, c’e’ anche il silenzio del rumore, non c’e’ niente che dica più del silenzio, che unisca spazi con spazi, tempi con tempi, spazio e tempo. Marcela rende con i suoi quadri percepibile, comunicabile, plastico il grande silenzio.
La storia vera non è mai negli episodi palesi quanto nei dati rimasti segreti, ovvero in quella serie di relazioni che collegano un dettaglio all’altro, un particolare all’altro, in modo così stretto fino a diventare da ultimo rete preliminare per la determinazione di un evento come la promozione di questa mostra “Architetti - Uno spazio creativo” che vede tanti e diversi progetti artistici, dove presenziano anche Marcela e Renée, e grazie anche alle coincidenze “astrali” si e’ potuto realizzare con questa mostra una definizione di immagine e comunicazione anche con l’operoso aiuto di Marcela.
Rossana Bernardini
Con una ricerca espressiva al tempo stesso raffinata e passionale Marcela Bracalenti compone opere che dialogano con lo spazio e col tempo. Nelle superfici dai colori bruniti, che ricordano quelli della terra, si aprono, come ferite, corrugazioni da cui esplode un magma materico costruito con sapiente "tessitura"di elementi, residui, prevalentemente tratti dalla natura.
Spazio nel valore di sedimentazione della materia, tempo nel valore di sedimentazione della memoria, diventano protagonisti di un'ininterrotta energia che nella forma quanto nel contenuto di questa pittoricità tridimenzionale si fa ponte tra concreto e astratto, tra dramma della perdita e rinascita.
Roberta Fiorini